L’omicidio di Muammar Gheddafi è un fatto esecrabile per la futura democrazia libica. Nessuna vera democrazia, infatti, può giustificare l’esecuzione sommaria di un uomo anche se accusato di crimini atroci. Meglio sarebbe stato se, come inizialmente promesso dal Comitato Nazionale di Transizione, il dittatore libico, una volta catturato, fosse stato messo nelle mani della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia. Questo aspetto dell’ultima vicenda di Gheddafi, corredata dalle atroci fotografie che hanno fatto il giro del mondo, ha occupato per intero le pagine e i commenti di tutti i giornali. C’è, tuttavia, un altro aspetto - probabilmente secondario, certamente del tutto trascurato dai media - che merita qualche considerazione aggiuntiva.

Due anni fa “The Guardian” ipotizzava, per primo, l’esistenza di qualcosa di più di reciproci vantaggi politici nell'amicizia tra il primo ministro italiano e il leader libico. Andando a scavare dentro una serie di operazioni finanziarie e accusando Berlusconi di un "decisamente sconcertante conflitto d'interessi, da aggiungere ai tanti che egli ha già in Italia", il quotidiano inglese rivelava "un altamente discutibile comune interesse negli affari". Il suo scoop, Gheddafi-Berlusconi connection, sosteneva che la faccenda "meriterebbe la prima pagina in qualsiasi giornale europeo": una società libica chiamata Lafitrade, controllata da Lafico il braccio d'investimenti della famiglia Gheddafi, ha acquisito il 10 per cento della Quinta Comunication, una compagnia di produzione cinematografica fondata da Tarak Ben Ammar, lo storico socio tunisino di Berlusconi. L’altro partner di Ben Ammar nella Quinta Comunication è una società registrata in Lussemburgo di proprietà della Fininvest, la finanziaria di Berlusconi. Quinta Comunication e Mediaset, ossia l'impero televisivo di Berlusconi, possiedono poi ciascuna il 25 per cento di una nuova televisione satellitare araba, la Nessma Tv. Il legame d'affari tra Gheddafi e Berlusconi rappresenta un conflitto d'interessi: i negoziati tra i due paesi su immigrazione, compensazioni coloniali e investimenti potrebbero risultare condizionati se "i due leader sono connessi da qualcosa di più della convenienza politica".
Non è il solo business della ditta Gheddasconi, come per primo la chiama Repubblica in un articolo del giugno dello scorso anno. In due anni, ad esempio, Gheddafi è diventato il primo azionista di Unicredit con una quota vicina al 7% e grazie allo storico 7,5% che controlla nella Juventus è il quinto singolo investitore per dimensioni a Piazza Affari. L’ingresso in Unicredit, a sua volta primo azionista di Mediobanca, è il possibile cavallo di Troia per conquistare i salotti buoni di Telecom, Rizzoli-Corriere della Sera, Generali.
La violenta morte del dittatore libico fa calare il sipario, forse per sempre, sulla “Gheddafi-Berlusconi Connection”. Certo impedisce al dittatore libico di raccontare la sua verità sui rapporti con Berlusconi, mentre forse avrebbe potuto o voluto farlo per ricambiare la tenera amicizia di chi pudicamente non ti chiama il giorno prima per non disturbarti, salvo bombardarti il giorno appresso.







Commenti
Ora che laconicamente ha sepolto il suo primo socio in affari
con l'epitaffio " sic transit gloria mundi" chi sarà il suo nuovo partner finanziario? Quale nuovo predatore sorvolerà a bassa quota sulle spoglie del Rais, pronto ad un'altra razzia?
Le ragioni interventiste più nascoste adesso e solo adesso entrano a chiare lettere nella cronaca e nel testamento del dittatore sanguinario.
Pietà per le sue povere spoglie sarebbe, nonostante tutto, auspicabile, cominciando da quella mediatica.
youtube.com/.../v5u4GmPbM3o
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