LO SBAVAGLIO

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Lo chiamano "taggare"...

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Ammetto di esserne rimasto affascinato. Con l’abitudine al pubblico che gli deriva dal suo mestiere, con il suo modo di porsi improntato ad un understatement del tutto torinese, il prof. Cristiano Antonelli (Economia dell’Innovazione, Università di Torino) ha puntato il dito verso la Luna, e ce ne ha indicato valli, crateri e mari; a noi che fino a poco prima vedevamo tronchi d’albero perdendo di vista le foreste del pensiero originale. Con piacere quindi come prima cosa  indico il contributo che tanto mi è piaciuto: il video dell’intervento è a questo indirizzo, insieme a quello degli altri relatori (ovviamente cliccate dalle parti di Cristiano Antonelli).

csi logo conferenzaL’occasione è stata la molto subalpina conferenza sull’archivio digitalizzato della Stampa (A Prova di Futuro giornali, libri e archivi 3.0) del primo dicembre[1], durante la quale distinti relatrici e relatori (simil-Fornero, per capirci), ci hanno intrattenuto sui risultati di un enorme lavoro che ha spostato sul web tutto quanto prodotto nel tempo dal locale quotidiano[2], facendoci meditare su i nuovi problemi posti dal web applicato alla conservazione delle grandi moli di dati. Ad esempio, è stato posto, a tradimento e addirittura prima del coffee break!, l’inquietante e inedito quesito: “supponiamo che la signorina tal-dei-tali abbia subito violenza alcuni decenni fa; è giusto che la sua nipotina, oggi, ne venga a conoscenza accedendo, tra una botta di Facebook e una di Twitter, all’archivio digitalizzato della Stampa ove tale notizia appare in un articolo di prima della guerra?”; insomma, esiste un “diritto all’oblio”, una volta garantito dalla normale obsolescenza delle umane menti e dalla ferrea gabbia delle convenzioni sociali, ma ora fieramente minacciato dall’inesorabile memoria del silicio e dal diritto universale di accesso al web? E in effetti già questo è un pensiero, uno tra mille altri, per il quale indubbiamente varrebbe  la pena di considerare la rifondazione di una nuova etica della comunicazione.

Ma torniamo al punto dopo tanto divagare: il prof. parla degli effetti economici dell’innovazione, in particolare di quella con la “I” maiuscola: Internet obviously. E dell’associato paradigma della Società della Conoscenza, che produce un nuovo tipo di impalpabile merce: i servizi (appunto chiamati beni intangibili nei salotti buoni). E infine del da tutti  menzionato PIL (tutto maiuscolo e senza la “u” finale), e del relativo, famoso e famigerato rapporto deficit / PIL che tanto occupa i media di questi giorni e tinge di ansia i nostri pensieri.

Il teatro ove si rappresenta la scena è il mondo globalizzato, scenario in cui la tradizionale produzione manifatturiera delle merci fisiche è ormai monopolio di chi paga i lavoratori un decimo dei nostri (la China è vicina) negando quindi a noi in merito ogni opportunità, ma lasciandoci – ancora per poco -  la risorsa della produzione dell’intangibile, in risposta ad una vigorosa domanda di servizi alimentata dal livello e dalla struttura del reddito delle fasce di popolazione più abbienti.

Dice il prof.: ognuno può ben immaginare come la densità di capitale tipica della società della conoscenza sia di molto inferiore a quella caratterizzante la produzione manifatturiera. Prendiamo la produzione di acciaio, o di petrolio (che so: Taranto, Priolo). Girando in tali siti si incontrano rare presenze umane al servizio di enormi, rumorosi, puzzolenti e costosissimi impianti installati in infernali contesti fatti da sterminati capannoni industriali; dati i costi esagerati di tali putiferi, supponendo che ciascuno di essi produca impiego per un migliaio di persone, si può facilmente arrivare ad un’intensità di capitale (capitale fisso corrispondente all’intera enorme baracca / numero di teste) di  una decina di milioni di euro per posto di lavoro, per produrre salari medi intorno ai 25.000 euro annui. Supponendo che il tasso di contribuzione  del capitale fisso al valore aggiunto associato al singolo lavoratore sia del 10% (un milione), si ha una generazione di valore aggiunto pro-capite quasi totalmente dominata dal capitale fisso: appunto di circa un milione all’anno (dato che i 25.000 risultano marginali). Al costo di enormi quantità di gas serra buttati nell’atmosfera, decine di chilometri di coste devastate, produzione indiscriminata di rifiuti tossici, lavori usuranti , malattie professionali e pessima qualità della vita con stipendi a mala pena sufficienti a garantire i bisogni primari.

Prendiamo ora un lavoratore della società della conoscenza: intanto appartiene ad una classe di persone che vanta un reddito molto più alto di quello medio del manifatturiero: diciamo 100.000 euro annui, invece di 25.000: differenza giustificata da un elevato grado di scolarizzazione e specializzazione, tutta roba difficile da trovare, specie in una Italia convinta di aver realizzato, come massima conquista del secolo, il tunnel pro-neutrini tra Ginevra e il Gran Sasso: e che quindi (il lavoratore della conoscenza, non il Gran Sasso) manda i figli a scuola, va in vacanza, va in palestra, va a teatro e al concerto, gioca a tennis in sofisticati club in collina, magari anche a golf, fa lo spocchioso intellettuale di sinistra, ciondola in via Lagrange[3] a fare shopping e alimenta una vigorosa domanda di intangibile. Insomma questo lavoratore è molto più felice del lavoratore manifatturiero.  Se la gode molto di più.

Ora, per produrre valore il lavoratore della conoscenza usa un tavolino e una sedia, un computer, una stampante multifunzione con relative cartucce di inchiostro, un po’ di banda Internet, un po’ di corrente elettrica e poco altro. E magari lo fa da casa sua. Inquinando pochissimo. Densità di capitale fisso? Diciamo 100.000 euro, che contribuiscono marginalmente al valore aggiunto, forse per 3 o 4 mila euro in tutto. Questa volta dunque il valore aggiunto è rappresentato quasi totalmente dal lavoro: trascurando l’apporto del capitale fisso, risulta molto vicino ai famosi 100.000 del reddito del fortunato lavoratore.

Conclusione? Il valore aggiunto prodotto da un lavoratore della conoscenza è un decimo di quello prodotto da un lavoratore manifatturiero. Ergo, considerando il PIL come sommatoria di tutti i valori aggiunti generati da tutti gli agenti economici, si giunge alla conclusione che, nella società della conoscenza in un mondo globalizzato e in un mercato caratterizzato da una significativa domanda di servizi:

il PIL non può che inevitabilmente crollare

ma la felicità è destinata ad aumentare

quindi il crollo del PIL va annunciato con gioia

A noi questo annuncio suona un po’ come quando da adolescenti leggendo Wihelm Reich abbiamo finalmente capito che tutta la storia del sesso e del peccato era un infernale trappola con cui chiesa, società e parentame vario cercava di tenere sotto controllo noi allora esuberante gioventù avida di sesso, droga e rock and roll (si fa per dire). O come quando, più modestamente, ci siamo ribellati alla mamma rifiutando finalmente punzecchiose magliette alla pelle o lanciandoci in tenebrosi bagni notturni sulle coste delle nostre vacanze alla luce di falò accesi sulla spiaggia: veramente una novella di liberazione, una folgore nel clima bigio e soffocante di questo tristo periodo, dominato dalla dittatura del PIL. Esso PIL  stella polare per politiche economiche, educative e sociali che invece di accelerare, novella Pasqua, il passaggio del mar Rosso verso la terra promessa della società della conoscenza, tentano in ogni modo, disperatamente, di rallentarlo. Combattono, le politiche, battaglie di retroguardia basate su maquillage fiscali tipici del tangibile, epperciò per noi inefficacissime in un contesto mondiale di tipo cinese.

Consideriamo infine il sacro di questi tempi europeo feticcio: il mitico rapporto deficit / PIL, ultima merkelliana diga al crollo dell’euro. Gli è, ahimè, che mentre il denominatore del fottuto rapporto non può che diminuire, come sopra ricordato, compresso della transizione verso la società della conoscenza, il numeratore non può che aumentare  a causa dei costi necessari ad assorbirne e a gestirne gli impatti sociali. Quindi:

il rapporto deficit / PIL in futuro non può che peggiorare

e anche questa è una buona notizia

ovviamente avendo i soldini necessari a finanziare il passaggio verso la società della conoscenza il più rapido possibile, fottendocene del maledetto rapporto. E questo comunque, soldi o non soldi, rappresenta il miglior investimento che oggi si possa fare: investire nell’educazione e nell’innovazione, in politiche ambientali stimolatrici di idee e di nuova tecnologia, in banda e comunicazione; invece sembra che noi si faccia di tutto per favorire e incrementare coste devastate e fumosi distretti industriali, malattie professionali e inquinamento, e il vivere nel dolore e nella fatica, quasi sacerdoti di quella retorica del sacrificio che ci attanaglia dalla fine del paganesimo. Salvando però la rispettabilità borghese dell’apparenza prima di tutto. Il PIL come il borghese salotto buono: le  poltroncine e i divani chippendale protetti da bianchi lenzuoli su lucidi parquet da percorrere rigorosamente con le pattine ai piedi. Riservati per gli incontri importanti: il parroco in benedizione pasquale, la signora del capufficio in visita di cortesia, in cui sfoggiare il proprio mediocre benessere (nel salotto, non nella signora).

Fin qui il prof., il cui pensiero spero di aver riportato fedelmente, anche se condito di qualche svolazzo da parte mia. Io però mi sentirei di aggiungere sommessamente qualche altra mia considerazione: il tempo purtroppo sta scadendo, per la semplice e banale ragione che il cervello  pare essere prerogativa di tutti gli umani  e non dei soli lombardi, per quanto la Lega possa pensare il contrario: la nicchia ecologica della produzione della conoscenza sarà quindi quanto prima darwinianamente occupata da altri, se già non lo è, come sembrerebbe guardando alla Rete in cui la partecipazione italiana appare trascurabile. E allora non ci resterà che quello che altri, più veloci di noi, della società della conoscenza, ci lasceranno: magari un po’ di crowdsourcing (in cui mi sono imbattuto come lavoratore della conoscenza in rapida obsolescenza: date un occhiata al “turco meccanico”!): estremo limite del sottopagato e della parcellizzazione produttiva, con esseri umani schiavi al servizio di computer per compiti che questi ultimi non riescono (ancora) a fare, nell’ambito di attività pomposamente chiamate “human computation”. Il computer non riesce (per adesso) a distinguere bene l’immagine di una pera da quella di una mela nei processi interni dei motori di ricerca dei grandi monopoli informativi? Bene, ci penseranno i nostri figli e nipoti, 16 ore al giorno, incatenati ad una tastiera, geneticamente modificati con la mano destra a forma di mouse e il culo a forma di sedia, a cliccare in continuazione per pochi centesimi di euro su migliaia di immagini: pera, pera, mela, pera, mela, mela, mela, pera……banana! Cavolo! Lo chiamano “taggare”…

 

 

 


[1] L’atmosfera generale malinconicamente permeata dalla consapevolezza di essere ancora una volta i primi a fare qualcosa di furbo (già allora e il cinema e la TV e la lampadina e l’automobile, parla pa’!), qualcosa che poi  verrà inesorabilmente scippato da volgarissimi cugini milanesi e da romani caciaroni: ma noi, si sa, si è troppo signori per preoccuparcene più di tanto!

 

[2] una volta nomato anche “La Tampa” – piemontese per “buca”, “magra” o ancora “gaffe” in senso figurato -  o ancora, ai tempi d’oro del proletariato Fiat e degli scontri di corso Traiano - “la busiarda

[3] via Langrange è un nostro vanto: Torino è diventata città bellissima con il tramonto del manifatturiero – appunto – e via Lagrange, con i tavolini dei bar all’aperto (clima consentendo) che sostituiscono gli sferraglianti tram di una volta recanti alla bollatrice in mattinate nebbiose masse di operai con i loro baracchini, e con le sue boutique di cioccolato popolati da commessi dall’erre moscia che ti guardano male se chiedi gianduiotti al cioccolato fondente alludendo sottilmente a qualche tua inconfessabile forma di perversione, ne è diventata l’emblema. E Chiamparino il suo profeta.

Ultimo aggiornamento Sabato 17 Dicembre 2011 15:18  

Commenti  

 
0 # piero314 2011-12-16 19:34
Grazie dell'interessante segnalazione. Mi sono andato a sentire la conferenza del prof. Cristiano Antonelli.
Non credo che lo spostamento dal manifatturiero alla società della conoscenza, come sostenuto dall'emerito Prof. sia un fatto in corso e positivo. Se ci fosse una transizione in questo senso vorrebbe dire che i giovani laureati avrebbero un mercato apertissimo, peccato che questo non sia vero. Chiunque abbia figli che si siano laureati negli ultimi 10 anni lo sa e la situazione sta peggiorando.
Quindi l'economia manufatturiera l'abbiamo esportata in Cina e in altri paesi a basso costo del lavoro, delle tuteli sociali e ambientali. Se un osservatore attento fosse andato a investigare sulla produzione di brevetti mondiali si sarebbe accorto che la Cina e i paesi in via di sviluppo sono diventati i primi produttori mondiali di brevetti, relegando i paesi del vecchio continente a un contributo marginale. Mi riferisco in particolare ai brevetti con validità europea, non in Cina o in Giappone o in Corea, quindi a casa nostra, in Europa, emessi nel 2010.
Da www.epo.org/.../filings.html
EPO STATISTICS
Total European patent filings 2010
Country of residence of applicant
1 US United States 60588 25,78%
2 JP Japan 41917 17,83%
3 DE Germany 33139 14,10%
4 CN China 12698 5,40%
5 KR South Korea 12342 5,25%
6 FR France 11692 4,97%
7 CH Switzerland 7874 3,35%
8 GB United Kingdom 7155 3,04%
9 NL Netherlands 7119 3,03%
10 IT Italy 4951 2,11%
11 SE Sweden 4279 1,82%
12 CA Canada 4157 1,77%
13 FI Finland 2597 1,10%
14 ES Spain 2465 1,05%
15 BE Belgium 2352 1,00%
16 AT Austria 2212 0,94%
17 DK Denmark 2157 0,92%
18 AU Australia 2004 0,85%
19 IL Israel 1813 0,77%
20 IN India 1321 0,56%
21 TW Taiwan 1167 0,50%
22 NO Norway 856 0,36%
23 SG Singapore 734 0,31%

Questa transizione dal manufatturiero alla società dei servizi e della conoscenza annunciata dal Prof. Antonelli, a me sembra semplicemente falsa: un placebo per non farci preoccupare della nostra situazione economica attuale.
Se proprio si vuole prendere dei provvedimenti occorre intervenire sulla globalizzazione (un suggerimento si può trovare qui: losbavaglio.org/.../...)
e sui mercati, per esempio con la Tobin Tax, con il divieto di vendere allo scoperto titoli, con la trasparenza delle transazioni internazionali, il perseguimento dei paradisi fiscali, una ferrea legge contro la corruzione.
Il problema non è italiano è globale: coloro che detengono il potere politico sono i primi beneficiari del dissesto economico globale: la povertà dei molti è l'arricchimento di pochissimi. Vedere www.youtube.com/.../.
Per questa ragione sono pessimista sul nostro futuro.
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0 # Crosstalk 2011-12-16 20:50
Forse mi sono spiegato male. Io sono più pessimista di te. Il treno è gia perso. Si trattava di far fare agli altri le automobili (mandando finalmente Marchione dove si merita: a fare in culo) e mettersi a fare servizi: lo fanno già altri; su chiamano Amazon, Google, Facebook, Jmdo,tutti i siti che fanno commercio, vendono viaggi etc. A noi rimarrannp solo i cascami di questa società: taggare compulsivamente per distinguere le mele dalle pere.
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0 # Morfeo 2011-12-16 23:41
Caro crosstalk a mio parere sei il solito inguaribile ottimista! ma in fondo un po' di ottimismo non guasta sopratutto se è retroattivo :-) e se c'è spazio nei commenti te lo spiego
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0 # PG545454 2011-12-17 14:21
Ho trovato l’articolo molto interessante, coinvolgente e convincente, almeno fino ad un certo punto. Mi sembra che riporti il pensiero del professor Antonelli in modo corretto, adeguato e comprensibile: i miei più sinceri complimenti all’autore. Per cominciare, sarebbe davvero stimolante approfondire l’accenno al “diritto all’oblio” ed alla relativa “etica della nuova comunicazione”. È un problema non di poco conto e mi auguro che avremo occasione di rifletterci meglio.

Riguardo all’argomento principale, “la produzione manifatturiera vs la produzione della conoscenza”, temo che le contestazioni che evidenzia Piero, ed il conseguente equivoco che Crosstalk chiarisce nel relativo commento, dipendano sostanzialmente da una non proprio trascurabile omissione – o, meglio, da un’inadeguata enfasi - che risulta evidente nel confronto tra la lettura del testo e l’ascolto dell’intervento dell’economista : il processo necessario per il passaggio dal manifatturiero alla conoscenza, che si sintetizza nella parola “transizione” e che comporta enormi problemi.
Provo a riassumere. In primo luogo «… Il valore aggiunto delle attività economiche destinate alla produzione di conoscenza è inesorabilmente molto inferiore al valore aggiunto prodotto dalle attività destinate alla produzione di beni tangibili. Non solo, ma la domanda derivata si contrae così come la domanda aggregata (somma di investimenti più beni di consumo), gli operai vanno a spasso e crollano gli investimenti Ne consegue uno spostamento che determina un’inesorabile contrazione del PIL … ». Inoltre, sempre secondo il professor Antonelli «La transizione è catastrofica: non solo devo licenziare 1000 persone - che hanno mediamente la terza media - da un’ipotetica acciaieria e sostituirli con 1000 informatici laureati – che, in realtà, non sono disponibili - ma, per contenere gli effetti sociali del fenomeno, sarà necessario “regalare” qualcosa a 58enni disoccupati (vedi l’esempio di Termini Imerese). Nel rapporto debito/PIL si determina un inevitabile innalzamento del numeratore ed una diminuzione del denominatore, in un Paese con un debito pubblico enorme… ». Dunque la “transizione”, che «… dovrebbe trasformare un’economia industriale in un’economia della conoscenza e fare in modo che 23 milioni di lavoratori italiani lasciano tutti le fabbriche e si spostino verso un’ipotetica software house …», si potrebbe metaforicamente paragonare ad una guerra che lascerebbe sul campo un enorme numero di morti e feriti. Proprio «… come è avvenuto nel periodo tra gli anni ’20 e gli anni ’30, a cui sono seguiti 15 anni di disastri e 30 di straordinaria crescita … ». Forse è l’unica soluzione, probabilmente abbiamo già perso il treno, nonostante il professor Antonelli veda un futuro positivo e possibile, purché non si rinvii ancora e si cominci, finalmente, il doloroso percorso della “transizione”. Devo però evidenziare che, almeno nell’Italia odierna, non si possono applicare le due affermazioni “… il crollo del PIL va annunciato con gioia …” e “… il rapporto deficit PIL in futuro non può che peggiorare e anche questa è una buona notizia …”, semplicemente perché ciò non è motivato dall’inizio della “transizione” ma, molto più banalmente, dal fatto che le fabbriche di beni materiali chiudono e non sono sostituite da nessuna “società della conoscenza”. Il dibattito tra la produzione di beni materiali e quella di beni immateriali (i SERVIZI), inoltre, risale ad almeno 20 anni fa. Nel nostro Paese il tentativo è già fallito una volta ed ha determinato la fine di grandi aziende che si occupavano di ICT (Information and Communication Technology). In altre nazioni, come il Regno Unito, si è arrivati ad una quasi completa deindustrializz azione senza passare, però, alla produzione di conoscenza ma alla “produzione di finanza creativa”. E questo, nonostante il parere contrario del professor Antonelli, ha comportato, in parte, i disastri a cui oggi siamo tutti soggetti, compresi i famigerati “derivati” ed i mutui subprime di cui l’economista non vuole neppure sentir parlare.
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0 # Crosstalk 2011-12-17 14:30
Sono d'accordo su tutto. Bravo PG. Avevo bene in mente entrambi i temi. In particolare: l'annuncio andrebbe fatto con gioia SE fosse in atto un ordinato sia pur doloroso processo di transizione.Così la caduta del PIL è invece da imputarsi semplicemente allo svacco generale. Li avevo ben in mente, li ho omessi per 2 motivi: essere provocatorio, il che fa parte del mio carattere, e non dilungarmi ulteriormente in un articolo che mi ha preso quasi una giornata per essere scritto (non scherzo, è l'età)!!
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0 # Crosstalk 2011-12-17 14:35
Buona parte del tempo mi è andato in verifiche (pessima abitudine da softwarista), e c'è ancora qualcosa che non va: se la densità di capitale di Taranto o Priolo è di 10M€ a cranio e i carni sono 1000, vuol dire che il capitale fisso è di 10.000M€. Il che vuol dire 20.000 Miliardi di vecchie lire. A me pare troppo. Forse il prof. esagera per portare acqua al suo mulino; forse i carni sono 100 e non 1000, o forse è giusto. Qualcuno ha qualche idea?
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0 # piero314 2011-12-17 20:18
Che sia stato un grosso lavoro il tuo a me è parso subito evidente.
Il prof voleva solo dare dei dati indicativi, non credo avessero un valore puntuale.
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0 # pinoipp 2011-12-17 17:31
A me pare che ci si sia per troppo tempo illusi (o ci si illude ancora?) su una divisione internazionale del lavoro che assegna a cinesi e indiani il compito di produrre merci (con gli associati costi sociali e ambientali), e a noi occidentali, comodamente adagiati su poltrone (cinesi), quello di fabbricare idee e progettar servizi. Alla base di questa ideale società occidentale della conoscenza era forse la convinzione, maledettamente errata, di una nostra superiorità culturale. Così naturalmente non è. Com’era del tutto prevedibile le fabbriche del mondo cominciano a produrre anche qualità e servizi. Nessuno può illudersi, neppure la potente Germania, che in un futuro non troppo lontano gli ex emergenti non siano del tutto emersi sottraendo ai "ricchi", nella competizione globale, anche queste nicchie di mercato (da anni, ad esempio, le cliniche indiane offrono servizi sanitari di elevatissima qualità e affidabilità a pazienti anglosassoni).
Il mito della società della conoscenza, quando poi lo si voglia addirittura estendere all'intero globo, o è vuoto o è falso. Da qualche parte, qualcuno continuerà a produrre anche merci, tangibili come i computer o la carta igienica. Perciò l'idea che il PIL mondiale, così mi pare di capire, sia destinato a scemare nella società conoscenza mi suona del tutto incomprensibile .
Nel mercato globale al quale, anche qui è inutile illudersi, non è possibile sottrarsi emergeranno nuove potenze economiche, molto dipenderà dalla forza e dalla capacità di far fronte alle nuove sfide. L'Italia è un paese troppo piccolo per la competizione globale. Anche la Germania è, da sola, troppo piccola. Se L'Europa vuole affrontare, con qualche speranza di successo, le prossime sfide deve realizzare al più presto una vera unione politica. Altrimenti sarà condannata ad una marginalità progressiva e i suoi abitanti diverranno più poveri, relativamente, di quelli di altri continenti. È già accaduto più volte in passato e non è detto che si tratti di un fatto di per sé negativo. Altri popoli, altri uomini con un altro colore della pelle saranno i nuovi “padroni” del pianeta.
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0 # piero314 2011-12-17 17:59
Il prof. Antonelli (discendente, forse?, di Alessandro Antonelli Ghemme, 14 luglio 1798 – Torino, 18 ottobre 1888 è stato un architetto italiano. La sua opera più nota è la Mole Antonelliana) nel suo intervento ha citato la macchina utensile. Non tutti forse sanno che la piu' prestigiosa macchina utensile e' il robot industriale di cui gli italiani non furono i padri ma sicuramente portarono a diventare i primi produttori mondiali circa vent'anni fa. Furono proprio i robot della Comau il primo impatto con cui la Chrysler incontrò la tecnologia FIAT negli anni '80 che poi e' stata apprezzata come le cronache odierne confermano.
Il passaggio dall'officina all'automazione avvenne gia' in quei anni e l'automazione italiana fu adottata dai principali costruttori mondiali, gli operai scesero di numero e furono sostituiti dai loro figli con la funzione di programmatori, manutentori. Non fu traumatico questo passaggio, non ci furono levate di scudo da parte dei sindacati. In un clima di collaborazione si sostituirono lavori ripetitivi con lavori piu' creativi salvaguardando la sicurezza di tutti. I robot sono macchine pericolose se non vengono adeguatamente utilizzate. Non ci fu nemmeno un morto, come per altro avvenne in altri paesi.
Ho molti ricordi particolarmente cari, ma ne cito uno a titolo esemplificativo , a Termini Imerese ricordo che durante il periodo di addestramento per imparare l'uso di un sistema di movimentazione, di notte, tra una lezione e quella successiva, mi fecero un ritratto personale, che conservo con grande piacere, ma con tristezza pensando che ora quei posti di lavoro non ci sono più. Ora quello che sta succedendo, non e' quel passaggio, che c'e' gia' stato 20-30 anni fa, anche se la nuova fabbrica della Panda di Pomigliano utilizza circa 700 robot, a garanzia di qualita' nella progettazione e nella produzione. La globalizzazione del mercato delle multinazionali è una scelta da parte di chi investe, preferendo una diffusione della produzione a livello mondiale, che se da una parte assicura una maggiore robustezza all'azienda, (un sistema distribuito è molto più affidabile di un sistema concentrato, oltre a permettere un aggiramento delle leggi locali) da un'altra danneggia gravemente il pianeta con movimentazioni, a mio parere, inopportune e anche la patria di origine, a partire dalla valorizzazione dei cervelli che sono costretti a emigrare e ad arricchire altri.
In tutti questi discorsi è completamente assente l'importante considerazione sulla responsabilità sociale dell'impresa. L'uomo è assente, conta solo il denaro. I risultati si vedono.
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0 # Carmen 2011-12-18 22:05
Vedo che mi è volato tutto il commento...
tanto per "taggare"
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0 # Carmen 2011-12-20 00:06
Avevo scritto più o meno questo. Sia il video che la lettura del testo mi hanno più volte prodotta la sensazione di essere sulle montagne russe: sembri di toccare il cielo con le dita, un attimo dopo sprofondi.
Per quanto ho capito, il Prof. Antonelli afferma che la transizione da un modello economico- produttivo all'altro, merci tangibili-beni intangibili, o servizi, sarebbe stato salvifico sia per il rapporto deficit/PIL, sia per la qualità della società in termini di vita e realizzazione della persona, dignità del lavoro ...se si fosse verificato in un SISTEMA CHIUSO.
Viceversa, la GLOBALIZZAZIONE nè riesce a non far crollare il famoso rapporto nè a realizzare un modello sociale equilibrato e sano, per le gravi ricadute sociali. Perchè, nel tempo, il ritardo accumulato nel processo di transizione ha reso la domanda e l'offerta italiana di capitale umano, poco competitiva nel sistema globale.
L'imputato numero uno mi sembra essere quindi proprio la globalizzazione , causa dell'asservimento e del forzato adeguamento dell'economia italiana a dettami di apertura globale.
A questo punto, la ricetta non è tanto continuare a proporre, ottimisticament e e irrealisticamen te, questo tipo di transizione, quanto una FORTE richiesta di nuove politiche globali che puntino ed investano sull'innovazione in termini ambientalistici , tecnologici, formativi ed educativi, comunicativi e INNOVATIVI nel ricreare un'etica del lavoro e del Welfare.
Crosstalk, da provocatore ha sostenuto fino a un certo punto la credibilità nel futuro del processo produttivo intravisto nella digitalizzazion e di massa della forza lavoro, distaccandose poi ironicamente, quando ci descrive una società ,fisiognomicame nte integrata, nel nuovo modello produttivo di alienazione da "tag".
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0 # Crosstalk 2011-12-20 08:54
Il punto del sistema aperto / chiuso mi sembra fondamentale. Io l'ho capita così: noi si deve sempre pur sempre mangiare, abitare in case, usare i treni, le macchine etc. In un sistema chiuso e in una ipotetica piramide del lavoro, i lavoratori della conoscenza si pongono ai "vertici" di tutto ciò: ad esempio producendo il software per i robot di cui parla Piero, che servono a governare le macchine utensili, che servono a fare i camion, che servono a portare la verdura al mercato prodotta dai contadini: come in una filastrocca di Branduardi. In queste condizioni io credo che il PIL rimanga più o meno uguale. Se invece siamo in globalizzazione , le automobili le fanno i coreani, i pompelmi gli isrealiani, le TV di nuovo i coreani etc., come sostiene Pinoipp. E noi? Bene: o noi si occupa la nicchia dell'intangibile o siamo morti. Sul tangibile siamo infatti fottuti dai costi, e l'unica risposta è quella di Marchionne a Pomigliano (che Marx mi perdoni). Se fosse in atto un processo di occupazione della nicchia dell'intangibile (ad es facendo robot) uno dei sintomi sarebbe la diminuzione del PIL, che allora andrebbe annunciato con gioia. Ma attenzione: come osserva PG, anche se muoriamo cade il PIL: il punto sarebbe nel non fare a tutti i costi politiche economiche di rianimazione per resuscitare cadaveri (data la differenza di costi del manifatturiero) , ma politiche di innovazione per mettere le basi dello sviluppo dell'intangibile; la critica quindi è sulla politica economica e sulla difesa a tutti i costi di realtà come Termini Imerese; che si tratti di scelte dolorose e difficilissime è ahimè indubitabile. E altrettanto difficili da inquadrare nelle classiche categorie di destra e sinistra che sembrano piuttosto inadeguate a modellare e a governare fenomeni che capitano per la prima volta nella storia dell'umanità, avendo esse come campo di applicazione "storico" realtà "locali", "chiuse"e quindi per definizione "controllabili". Detto in altri termini, io non posso fare una politica economica che regoli e controlli la produzione di auto da parte dei coreani, quindi, se insisto, faccio cose inutili e butto via i soldi. Inoltre politiche economiche innovative - ammesso di essere in grado di dirigerle nella giusta direzione - sono difficili quando hai un debito pubblico come il nostro: di solito l'effetto di politiche di risparmio è recessivo. E per questo che trovo che il pensiero di Antonelli sia originale: non tanto sui contenuti, ma nella formalizzazione con cui viene proposto. Però può darsi che io sia influenzato dalla mia cultura informatica ingegneresca.
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0 # pinoipp 2011-12-20 11:08
Non so se sia auspicabile una società globale nella quale noi, occidentali in primo luogo, ci occupiamo della produzione di "intangibles" lasciando ai cinesi, semplifico, il compito di produrre "sporco". Ho molti dubbi al riguardo. Per certo questa società, a me pare, irrealistica. I tedeschi, tanto per dire, che da qualche tempo sono il benchmark preferito a destra come a sinistra, sono il primo paese manifatturiero d'Europa e il quarto al mondo. La Germania occupa una delle nicchie di mercato più sofisticato e avanzato e il suo PIL cresce.
L'Italia ha anch'essa grandi opportunità da mettere a frutto in campo industriale (e in parte lo fa, altrimenti non saremmo la seconda nazione esportatrice in zona euro); valga per tutti la grande tradizione della meccanica fine e della motoristica.
Non è ancora tempo per la "decrescita felice" che sarà tale solo quando sarà anch'essa globale. Per ora diamoci da fare per incrementare le nostre produzioni tangibili e intangibili.
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