“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”
La proposta dell’onorevole Ceroni di sostituire la parola "lavoro" nella nostra Costituzione con la parola “libertà” , già da altri (…, i radicali, Brunetta, Segni) ritenuta comunista, va colta come una opportunità per meglio indagare sul significato che i costituenti intesero attribuirle, elevandola a principio informatore (fondante) della Repubblica.
Il costituzionalista Michele Ainis, nell’articolo di fondo del “Corriere della sera” di ieri, coglieva appieno il senso di contrapposizione che gli esponenti attuali del centrodestra danno con naturalezza alle due parole lavoro e libertà, ipotizzando come, con mano libera, l’articolo primo potrebbe così essere trasformato: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul Popolo della libertà”, con evidente riferimento al secondo comma dell’articolo in commento, abusivamente accorciato dai vari populisti.
Suggerendomi una rispolveratina ad un risalente quanto autorevole testo di diritto costituzionale, ho trovato illuminante l’interpretazione autentica che alla parola lavoro viene data.
Scriveva il Mortati (Istituzioni di diritto pubblico, ed. Cedam 1975): “Strettamente collegata alla concezione personalistica è l’altra qualificazione di <<fondata sul lavoro>> che l’art. 1 attribuisce alla repubblica democratica italiana. L’impiego di tale formula ha avuto lo scopo non solo polemico di contestare la posizione di preminenza che nei precedenti ordinamenti era accordata ad altri valori (come l’appropriazione dei mezzi di produzione), ma anche quello di assegnare al lavoro la funzione di supremo criterio valutativo della posizione da attribuire ai cittadini nello stato, essendosi ritenuto il più idoneo ad esprimere il pregio della persona…” Inoltre: “ se si colleghi l’art. 1 all’art. 2 si coglie il più esatto significato della posizione voluta attribuire al lavoro: inteso non come fine a se stesso, né mero strumento pel conseguimento dei mezzi di sussistenza, bensì tramite necessario per l’affermazione della personalità.” In un altro passaggio della dissertazione è dato cogliere la genialità lungimirante del vecchio costituente e dei suoi insigni interpreti: “La considerazione del lavoro quale valore informante di sé l’ordinamento implica che il titolo commisurativo del valore sociale del cittadino sia desunto dalle sue capacità, non già da posizioni sociali acquisite senza merito del soggetto che ne beneficia, e richiede altresì che sia dato a ciascuno la possibilità di svolgere l’attività di lavoro più congeniale alle proprie attitudini, traendovi i mezzi per la soddisfazione dei bisogni inerenti alla qualità umana…” Due veloci considerazioni: la prima è che la parola lavoro rispetta l’individuo e che, pertanto, dovrebbe trovare l’approvazione di un buon liberale anziché no; la seconda, è che i padri costituenti, con piena consapevolezza, volevano metterci in guardia da altri modelli sociali, quelli tristemente offerti oggi dai contestatori dell’art. 1.







Commenti
Vogliono in realtà completare l’opera di realizzare uno “ stato a dizione democratico autoritario” di tipo africano. Dove i soggetti, sociali altro non sono che espressioni grammaticali. In realtà dopo avere incorporato i sindacati, demolito le istituzioni, indebolito la democrazia,defl agrato i settori dell’economia più produttiva,limi tato l’accesso alla cultura, ed al progresso attacca direttamente attraverso la costituzione la rappresentanza
Della repubblica ultimo baluardo di difesa della democrazia e modificando
L’articolo uno il gioco è fatto cambia la sostanza e la ragione stessa della costituzione chissà se questo serve a svegliare i morti viventi e se non l’hanno capito?
“L’Italia è una Repubblica democratica, ma senza esagerare, fondata sul lavoro di alcuni e sul parassitismo di altri. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita occasionalmente solo nei casi graditi al Governo, nelle forme e nei limiti stabiliti dalla nuova Costituzione di Arcore”.
In attesa che arrivi questa ventata di aria fresca, mi pare interessante l’atteggiamento dell’attuale maggioranza sui referendum. Da una parte nessuno è autorizzato ad intervenire – la Magistratura, nello specifico – sul mandato che, in libere elezioni, il popolo sovrano ha affidato al nostro Premier. Dall’altro lo stesso popolo non è autorizzato ad esprimersi, tramite referendum, su punti essenziali della vita di tutti quali il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. È, questo, uno strano modo piuttosto originale di considerare il POPOLO. Sic transit gloria mundi …
Io preferisco rifarmi ai concetti di lavoro e libertà così come li aveva intesi e “sommessamente” gridati, come era sua abitudine fare, in uno degli ultimi suoi interventi di “piazza”, Mario Monicelli, senza nessuna ombra di retorica, con semplicità, con chiarezza, con l’unica forza che gli era ormai rimasta, la convinzione. “…perché nella continuità della lotta c’è anche la vittoria, dobbiamo costruire una Repubblica, una Penisola…dove ci siano tre componenti fondamentali, l’eguaglianza, la giustizia, il diritto al lavoro. La libertà è un’altra cosa. Senza queste tre cose non c’è …libertà.
Spero che avrete la forza per tenere duro e sostenere, anche contro l’impossibile, la lotta per ottenere questa libertà, che è solo a rimorchio di queste tre cose. Mi raccomando, siate forti…”
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