La strada che da Taurianova porta a Rosarno è un percorso accidentato di buche nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Dapprima sono due ali di fabbricati irregolari e fatiscenti, poi sono lussureggianti agrumeti immersi tra maestosi ulivi a condurci sino al fangoso viottolo che porta alla cascina maledetta, abbandonata da anni e divenuta rifugio di circa centocinquanta africani, un decimo dei millecinquecento lavoratori neri che si stima siano presenti in questi giorni nella zona per offrire le proprie braccia alla raccolta di arance e di mandarini.
È oramai notte quando arriviamo e la scena è illuminata da una lampada alimentata da un gruppo elettrogeno che per la “festa” è stato trasportato sin lì. Lo spettacolo che ci appare è surreale. Un brulicare di uomini entrano ed escono dal cono di luce della lampada, all’interno del quale fervono i preparativi: la sistemazione di due grossi pentoloni, il taglio delle carni e delle verdure.
Fuori dal cono di luce, nella campagna attorno al casolare, a guidare l’occhio è il bagliore di guizzanti lingue di fuoco che salgono da bidoni di lamiera attorno ai quali ci si accalca per riscaldare la fredda notte dicembrina. Nell’oscurità brilla, su quei giovani volti neri, il bianco degli occhi che scrutano con semplicità e imbarazzo noi, nuovi arrivati.
Sono per lo più originari della Costa d’Avorio, del Gambia, del Ghana, del Senegal, ma non mancano i maghrebini. Ahmed, ad esempio, è di Casablanca; è qui da qualche settimana, in Italia da qualche anno. È già stato a Saluzzo, in Piemonte, per la raccolta delle mele. Racconta che là, nonostante la presenza ingombrante della Lega Nord, la mobilitazione delle associazioni anti-razziste ha costretto le autorità locali ad organizzare campi di accoglienza piuttosto confortevoli.
Qua manca l’acqua. La prima preoccupazione di ogni bracciante africano, di ritorno dalla sua giornata di lavoro nei campi, è quella di approvvigionarsene raggiungendo con le taniche, a piedi o in bicicletta, la più vicina sorgente d’acqua pubblica. Solo così si può bere, ci si può lavare e lavarsi gli indumenti, mentre una robusta quercia offre i suoi rami come stendino.
Qua manca l’energia elettrica. Non c’è altro modo per riscaldarsi o per cucinare che non sia bruciare foglie e rami secchi. Non si può leggere, né ascoltare musica, né guardare la televisione. Mancano letti, sedie, armadi. Si dorme all’interno di edifici dai tetti pericolanti, con porte e finestre di svolazzanti tende, gli uni accanto agli altri su pavimenti rivestiti di stuoie e di cartoni, in dieci o in dodici per vano.
Le condizioni di vita degli “Africani di Calabria” sono state più volte documentate e sono note. Da molti anni, in questa stagione, arrivano qua a Rosarno (come a Rizziconi, a Gioia Tauro, a Serrata, a San Ferdinando, a Nicotera) per raccogliere l’oro giallo degli agrumi. Sono lavoratori stagionali, spesso gli stessi che provvedono alla raccolta dei pomodori in Campania o a quella delle pesche in Emilia, sicché il loro arrivo è, ogni anno, ampiamente previsto. Per questo stupisce l’inerzia delle autorità pubbliche locali e di quelle centrali.
Se anche il reddito disponibile glielo consentisse non avrebbero comunque accesso al mercato degli affitti. Agli immigrati dall’est Europa - soprattutto bulgari, romeni, polacchi, che sono un gradino sopra nella gerarchia sociale della povertà - è consentito ciò che ai lavoratori africani non è concesso, perché meno forte nei loro riguardi è la diffidenza e la discriminazione da parte della popolazione locale.
Da pochi giorni è stato aperto in contrada “Testa dell’Acqua”, dalla Regione Calabria e dal Comune di Rosarno, un centro d’accoglienza dove hanno potuto trovare ospitalità un centinaio di loro: una goccia nel mare delle richieste e delle necessità. Ad aggravare la situazione è il fatto che il campo può accogliere soltanto lavoratori in regola con il permesso di soggiorno, ma molti africani ne sono privi perché non l’hanno mai avuto o perché, se scaduto ed hanno perso anche temporaneamente il lavoro, non sono in grado di chiederne il rinnovo in quanto le draconiane norme del testo unico sull’immigrazione (DL 286/98 e successive modifiche) esigono il contratto di soggiorno stipulato con il datore di lavoro.
Ibrahim e Paco sono senegalesi. Sorridono coi denti bianchissimi anche quando chiedono solo rispetto della propria dignità di uomini. Pensano che tutti i lavoratori africani dovrebbero conoscere meglio il paese che li ospita, quale premessa indispensabile di emancipazione e di riscatto; perciò chiedono che l’Associazione tra italiani ed africani (che stiamo costruendo) si incarichi anche di organizzare corsi di apprendimento della lingua italiana e di conoscenza della legislazione, particolarmente quella sull’immigrazione. Ibrahim parla con molta attenzione, misurando bene ogni parola. Sa che questa parte d’Italia è cronicamente tra le più povere e che la crisi sta colpendo più duro qui che altrove. Diventa perfino profetico quando chiede che cessino divisioni e conflitti tra gli italiani e gli immigrati, perché l’agricoltura è insieme la carta vincente per il nostro sviluppo e la speranza di vita e di lavoro per gli africani. È la realtà attuale che, sfortunatamente, si incarica di smentirlo. I prezzi di vendita delle clementine, ad esempio, si aggirano attorno ai 15/20 centesimi di euro per chilo; il costo della raccolta, sulla base di una paga giornaliera di 20/25 euro che è poco più del 60% di quella minima sindacale!, si aggira intorno ai 10 centesimi per chilo. Con quel che rimane in tasca al produttore non si possono spesso affrontare neppure le spese di gestione e di conduzione della proprietà; per questo molti agricoltori abbandonano il frutto sull’albero. Né bastano i sussidi europei che sono ora forfettari, 1.500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione, a compensare per intero i costi se i prezzi di vendita, sulla spinta di un’agguerrita concorrenza internazionale, continuano a scendere. Prima, due anni fa, i sussidi erano alla produzione e garantivano un sicuro reddito (anche alle cosche che controllano i mercati ortofrutticoli), perché le arance fatturate moltiplicavano per cinque e anche per dieci volte le arance prodotte, gonfiando i rimborsi dalla UE. Con le “arance di carta” erano sorti anche magazzini e industrie di trasformazione ma anche le spremute risultarono, alla prova dei fatti, di carta.
Insieme alla UE anche l’Inps si è fatta più diffidente. L’Istituto di previdenza garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni negli ultimi due anni e in caso di calamità anche solo 5 giorni. In pochi anni gli assegni per i braccianti disoccupati di Rosarno sono passati da 8 a 2 milioni di euro perché in un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali. I contributi previdenziali non venivano neppure versati, i finti braccianti facevano spesso un altro lavoro. In campagna ci vanno gli immigrati africani, i soli che accettano le miserabili paghe giornaliere.
Cosa può fare l’Associazione che vuole tutelare i diritti dei braccianti africani? Può affiancare il sindacato nel chiedere il rispetto della paga sindacale, può adoperarsi per accorciare la filiera di distribuzione e incrementare il prezzo di vendita degli agrumi. Qualche esempio ben riuscito non manca ma la strada da fare è davvero molto lunga. Qua, in questo pezzo d’Africa in Calabria, a pochi giorni dal secondo anniversario della “rivolta”, nonostante tutto – e questa è la sola buona notizia - non c’è traccia di possibile deflagrazione.







Commenti
poetico, evidenzi molte contraddizione che mi appaiono davvero irrisolvibili. “L’oro giallo degli agrumi” è, ormai, solo un colore e non più un valore. Come evidenzi tu stesso, i prezzi di vendita delle clementine coprono a malapena il costo della raccolta, nonostante la paga giornaliera dei “Neri di Calabria” risulti pari a poco più del 60% di quella minima sindacale. Dunque, se si rispettassero i contratti e, magari, si regolarizzasser o anche i contributi previdenziali, TUTTI i produttori – non solo molti – abbandonerebber o la frutta sull’albero e, di conseguenza, anche gestione e la conduzione della proprietà. I sussidi europei sono diventati forfettari proprio perché le arance fatturate moltiplicavano per cinque e anche per dieci volte le arance prodotte, gonfiando i rimborsi UE. Agrumi di carta, magazzini, industrie di trasformazione e spremute di carta: questa era la realtà.. L’INPS non è diventata “più diffidente”: ha solo verificato il fatto che “in un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali, i contributi previdenziali non venivano neppure versati e i finti braccianti facevano spesso un altro lavoro”.
Sono molto ammirato del lavoro che state organizzando, tramite l’Associazione, per tutelare i diritti dei braccianti africani. Non credo, però, realisticamente che si possa arrivare al rispetto della paga sindacale, e neppure accorciare la filiera di distribuzione ed incrementare il prezzo di vendita degli agrumi. Migliorare, anche solo di qualcosa, la terribile condizione di vita in cui si trova questa parte così derelitta dell’umanità, sarebbe comunque un enorme risultato. Supportare con la vicinanza, fisica ed affettiva, i “Neri di Calabria”, organizzare per loro corsi di apprendimento della lingua italiana e di conoscenza della legislazione, particolarmente quella sull’immigrazio ne, fargli sentire che almeno qualcuno, a Rosarno ed in tante altre cittadine del Sud, non li considera solo come “intrusi” e “schiavi” da fruttare al massimo delle loro possibilità, sarebbe già, a mio parere, un piccolo, grande miracolo.
- ammirazione per la prosa che descrive l'ambiente come un pittore davanti a un paesaggio.
- ammirazione per il reporter che ha fissato nelle parole immagini e sentimenti che è riuscito a trasferire al lettore.
- ammirazione per la dignità di queste persone che sono protagoniste, narratore compreso.
- sconforto per la situazione di impotenza generale che colpisce bianchi e neri
- suggerimenti per la mia indole che trova nei problemi un'opportunità positiva per tutti e non un ostacolo.
Mi fermo su questo punto che è il solo che riesco a chiarire maggiormente.
Ma non si puo' instaurare un rapporto tra tutti i produttori di arance e i consumatori in modo che ci sia una doppia garanzia per gli uni e per gli altri?
Immaginiamo una cooperativa di tutti i produttori che vendano direttamente sui mercati più a nord la loro merce.
Un unico treno che ogni mattina parta ogni giorno per una destinazione diversa: Milano, Torino, Roma, Firenze, Bologna.
Il treno degli agrumi. Una unica partita con in percentuale la produzione di ogni singolo podere. Il treno e' venduto in toto su una piazza ancora prima di essere caricato a un prezzo concordato remunerativo per produttore e per il distributore locale, e i proventi, detratte le spese di trasporto e delivery verrebbero consegnate in medesima percentuale. La differenza tra il prezzo pagato al produttore e il consumatore finale non dovrebbe superare una certa percentuale in ogni caso. Non piu' del doppio? La garanzia dovrebbe essere del ministro dell'agricoltura.
In pratica si attiverebbe un flusso da sud verso il nord esattamente come c'e' un flusso dalla Spagna verso oriente dei medesimi prodotti.
Non vedo differenza tra i due mercati: i lavoratori sono i medesimi e suppongo abbiano la stessa remunerazione, il destinatore finale e' lo stesso con il medesimo ricarico, avremmo tolto i passaggi intermedi, il caporalato, le mafie locali al sud come al nord che arricchiscono i pochi e svantaggiano i molti.
Cercherei di sostituire alle "astuzie" dei produttori, la capacità imprenditoriale eventualmente da apprendere e soprattutto da difendere dagli interessi lesi.
Una situazione così fa l'interesse della politica che può usare come una mazza, la propria linea (battaglia contro l'immigrazione, battaglia per l'accoglienza, proposte di finanziamenti più o meno legali, voti di scambio, assunzioni inutili, ecc.) i problemi sul campo e che non ha l'interesse di risolvere la situazione e quella del malaffare calpestando la dignità dei molti bianchi e neri.
Se ci pensate a quale partito serve risolvere i problemi della Rosarno di turno? Molto meglio pensare agli affaracci propri e soffiare sul fuoco, sotto la falsa bandiera del libero mercato e delle regolamentazion i volutamente oscure.
Altrimenti in un paese civile la situazione sarebbe gia' risolta da anni.
Sogno?
Il problema che intravedo che anziché portare il meridione d'Italia al livello di una società europea, ahimé si vuole portare l'altra parte dell'Italia al livello del meridione a cominciare a rinunciare a questo euro che ci dicono causa di tutti i mali.
Ma c'e' uno, uno solo, che si prenda la responsabilità dei guai che succedono nella nostra Italia? Ci vogliono spennare a poco a poco come ora stanno spennando gli africani.
Grazie in ogni caso, Pino, del tuo solitario sforzo.
"Quello che facciamo è solo una goccia nell'oceano, ma se non lo facessimo l'oceano avrebbe una goccia in meno". Detto di una piccola donna albanese.
Uno dei tanti problemi per cui al momento è praticamente una utopia l'unione dei contadini con gli emigranti è che la maggior parte dei nostri agrumenti producono fruttii poco richiesti dal mercato ( andavano benissimo per i succhi e le ruspe, anche perchè spesso sulla carta si potevano moltiplicare...) certo è sempre possibile l'innesto... ma chi ne paga i costi e poi ci sono anche gli anni di produzione zero...
Auguri a tutti e che il duemiladodici ci ridia la voglia di non "arrenderci" ... avessimo quella dei Neri di Calabria!
>Il sistema capitalista è il peggiore sistema politico che possa
>esistere sulla terra. Il sistema è fatto in modo tale che i ricchi
>sono sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. Vi
>faccio un piccolo panorama della situazione di Rosarno. Noi immigrati
>africani a Rosarno viviamo in condizioni inumane: case abbandonate,
>senza luce e acqua, è già tanto che mangiamo, e le ore di lavoro che
>ci offrono i proprietari dei campi vanno dalle 8 alle 10 di lavoro al
>giorno per un salario di 25 euro. Questo è umiliante per la nostra
>umanità.
>Ora, per poter combattere il sistema, è difficile attaccare la Grande
>distribuzione, perchè sono delle corporazioni molto potenti. Come ha
>detto qualcuno, sarebbe meglio in un primo tempo di fare un porta a
>porta, dei commercianti, dei dettaglianti, di legarsi al nostro
>sistema. E quando più commercianti si sono uniti al nostro sistema,
>non torneranno più al sistema vecchio. E poi usciremo con questa forza
>a prendere il supermercato. Se riusciamo a prendere i supermercati
>apriremo una falla ai grandi distributori. Quando voglio buttare giù
>una pianta, taglio le radici: quando ho tagliato le radici è più
>facile far cadere la pianta.
>E poi ci vuole un osservatorio che possa controllare tutto il sistema
>nei paesi e nell'Unione europea. E così potremo avere un risultato
>migliore, e questo permetterà condizioni migliori non solo agli
>africani, che sono le prime vittime del sistema, ma anche ai
>produttori proprietari dei campi, che potranno così guadagnare un po'
>più di soldi, e così tutta la popolazione potrà avere un buon
>risultato.
>Un'altra cosa: è vero che c'è la solidarietà, ci sono molte
>associazioni. Insieme bisogna trovare la strategia politica, per poter
>attaccare il sistema. Io domando all'assemblea oggi di riflettere su
>una strategia efficace, solida, che possa dare risultati migliori. Non
>oggi, ma nei giorni a venire. Perchè gli uomini passano ma il paese
>resta. Se il nostro lavoro resiste quelli che verranno dopo di noi lo
>utilizzeranno per migliorare le loro vite. Ma bisogna che tutti ci
>sacrifichiamo per avere un risultato migliore. Oggi la situazione dei
>neri negli stati uniti è migliorata perché ci sono persone che si sono
>sacrificate, come Malcolm X o Martin Luther King e altri, e oggi Obama
>è presidente degli Stati Uniti. Dobbiamo trarre questa lezione per
>avere una visione migliore per permetterci di andare avanti, per
>essere molto più solidi.
>
Questo è l'intervento di Ybrahìm, Costa D'Avorio, a Bologna,
che mi piace trascrivere perchè completa le considerazioni di Pino con una visione molto lucida e lungimirante su quella che potrebbe essere una via alternativa di sviluppo economico e sociale ,legata ad una nuova "strategia" nella produzione e distribuzione delle arance, nella piana di Gioia Tauro.
Fa parte anche lui di Africalabria, la nuova associazione multietnica e interculturale di cui anche noi facciamo parte, condividendo con orgoglio tempo e idee.
uno di loro, 18 dicembre, Bologna, centro sociale Crash.
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