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Sulle spalle del Sud (Salvare il Sud per salvare l’Italia)

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Se una narrazione, poco documentata e molto colorita, come quella di Pino Aprile continua a riscuotere successo e se, persino, il borbonismo sembra vivere oggi una stagione di consensi che ricorda quella dei primi anni dopo l’unità nazionale, una ragione certo c’è.

 

 

 

L’entusiasmo con cui Svimez da due anni segnala la crescita del Mezzogiorno - dell’1,1% per il 2015 e dell’1% per il 2016, persino superiore, rispettivamente dell’0,4% e dell’0,2%, a quella registrata nel resto del Paese - si gela non appena si provi ad allargare l’orizzonte temporale delle rilevazioni statistiche. Le stime più recenti, pur con i margini di errore dovuti all’incertezza e all’incompletezza dei dati disponibili, indicano che all’Unità le due Italie, secondo la fortunata espressione di Giustino Fortunato, partirono alla pari, egualmente povere, anzi poverissime rispetto alle nazioni più sviluppate dell’epoca, Francia ed Inghilterra in primo luogo. Il divario è cresciuto nel tempo ed è andato sempre aumentando, accelerando durante gli anni della industrializzazione del Nord Ovest prima e del fascismo dopo, sino a che, alla fine della seconda guerra mondiale, il reddito pro-capite di un meridionale era oramai divenuto poco più della metà di quello un italiano del Centro-Nord. Più o meno quello che vale oggi. Ancora secondo Svimez - è stato appena pubblicato il Rapporto 2016 - il Mezzogiorno è tornato sopra la soglia dei 6 milioni di occupati ma resta ancora di circa 380 mila sotto il livello del 2008. La crisi per i lavoratori del Sud è tutt’altro che alle spalle. Vantiamo il tasso di occupazione più basso d'Europa, 35 punti percentuali inferiore alla media nell’Unione Europea. Se nel 2007 la popolazione meridionale a rischio di povertà era al 42,7%, otto anni dopo, nel 2015, aveva raggiunto il 46,4% (CGIA di Mestre, giugno 2017). Un meridionale su due è a rischio povertà, al Nord lo è meno di un abitante su cinque.

Le politiche economiche di stampo liberista non solo hanno fatto crescere il divario economico tra le regioni ricche e quelle povere, hanno anche incrementato il gap tra individui ricchi e individui poveri all’interno delle stesse regioni, acuendo il contrasto proprio in quelle meridionali. L’articolo 3 della Costituzione resta un’enunciazione di principio senza alcun risvolto pratico, perché se il mercato produce crescenti disuguaglianze in parallelo il welfare pubblico è stato via via depotenziato.

Come ha scritto di recente Salvatore Settis (Italia, Sud e Cultura - Il Fatto quotidiano 30 luglio 2017) anche i tagli alla cultura che hanno interessato l’Italia a partire dal 2008 hanno punito con particolare severità il Sud. La spesa primaria per attività culturali e ricreative in rapporto al PIL risulta in Italia, a dispetto del nostro straordinario patrimonio artistico e culturale, decisamente inferiore a quella media dei Paesi dell’Unione. Nel 2008 l’Italia era il fanalino di coda con lo 0,8% del PIL e nel 2015 abbiamo speso ancora meno (l’0,7%), quando quasi tutti gli altri Paesi europei sono sopra l’1% e i più virtuosi sopra il 2%. Queste esigue risorse sono anche state ripartite in maniera diseguale sicché a Mezzogiorno ne sono state spese in misura sensibilmente meno che proporzionale, sei per cento in meno, al suo peso demografico nel Paese. Nel campo dell'istruzione scolastica, l'Italia è ultima nell’area Ocse per spesa pubblica complessiva. A livello regionale i tassi di istruzione più bassi sono a Sud e i Neet sono soprattutto concentrati nell'Italia meridionale.

 

Il divario fra le due Italie è in ogni cosa. Anche la demografia ci vede perdenti. Siamo stati il serbatoio di nascite dell’Italia, ora la crisi demografica colpisce il Mezzogiorno più che il resto del Paese. Il primato della fecondità femminile è passato di mano. Nel 2016 il tasso di fecondità totale è stato (grazie soprattutto alle immigrate) dell’1,38 nel Nord e dell’1,29 nel Sud. Più in generale la dinamica demografica del Centro Nord è sorretta dalle immigrazioni dall’estero e dal Sud. Negli ultimi 15 anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri: una perdita netta di 716 mila unità, per un terzo laureati, e per lo più, il 72,4%, giovani tra i 15 e i 34 anni. Secondo l’Istat, se queste tendenze saranno confermate, fra il 2015 e il 2065 il Mezzogiorno subirà una perdita di 5,3 milioni di abitanti, riducendo il suo peso nella popolazione italiana complessiva al 29,2% dall’odierno 34,4%.

Non è retorica, il Sud letteralmente muore.

La priorità per lo sviluppo del Mezzogiorno è il rilancio degli investimenti pubblici, oggi solo il 22% del totale nazionale. La cosiddetta “clausola del 34%” dovrebbe indurre le Amministrazioni centrali dello Stato, a partire dal 2018, a destinare al Sud almeno una quota di spesa ordinaria in conto capitale proporzionale alla popolazione residente. Secondo Svimez una misura di questo tipo, se attivata negli anni passati, avrebbe consentito di dimezzare la perdita del PIL meridionale e di salvare trecentomila posti di lavoro. Un mero esercizio di simulazione economica. Ci si dimentica che la legge 1 marzo 1986 n. 64 aveva già fatto fatto obbligo alle Amministrazioni dello Stato e alle Aziende autonome di riservare al Mezzogiorno una quota non inferiore al 40% delle somme complessive per investimento ma i soggetti interessati si sono sottratti persino agli obblighi di semplice natura informativa.

L’Italia ha, dunque, di fatto rinunciato all’obiettivo di riequilibrare le due parti del Paese. Come durante il fascismo - il periodo, ricordiamolo, nel quale più ampia si fece la frattura - oggi parlare di Questione Meridionale suona ai più stucchevole e superato; e persino inaccettabile perché, si pensa, è giunto il tempo che i Meridionali facciano da sé e il Nord non si faccia più carico delle loro incapacità. Le prove in corso di secessionismo economico da parte delle regioni più ricche d’Italia sono la naturale conseguenza di questo pervasivo pensiero. Il calcolo è, tuttavia, poco onesto e poco lucido.

L’industrializzazione italiana si fece a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento, mettendo fine ad una politica economica liberista che in trent’anni aveva distrutto la, invero piuttosto debole, industria del Mezzogiorno ma dato ossigeno alla sua agricoltura. Gli investimenti furono concentrati nel Nord Ovest e la nuova politica economica, nel frattempo divenuta protezionista, si rivelò tutta a danno dell’agricoltura, in particolare meridionale. I capitali necessari vennero anche dalle rimesse degli emigranti, in maggior parte delle regioni del Sud. Il nucleo centrale delle tesi di Francesco Saverio Nitti non è mai stato efficacemente smentito. Pagammo un prezzo molto alto ma l’Italia uscì dalla lunghissima stagnazione economica in cui era caduta alla fine del Cinquecento dopo essere stata la nazione più ricca al mondo e divenne un moderno paese industriale. Lo stesso Nitti, pur denunciando il sacrificio del Mezzogiorno, ammetteva che quella dell’industrializzazione era stata una scelta obbligata. Nessun revanscismo era possibile, anche perché a quelle decisioni avevano preso parte, non di rado in prima fila, anche gli esponenti del mondo politico ed economico meridionale dell’epoca. Era, del resto, un’epoca in cui il vincolo nazionale era forte e le spinte autonomiste, semmai, venivano da Sud. Cresce il Nord, cresce tutta l’Italia, si pensava, ma non era così. La consapevolezza che il Sud andasse risarcito della “conquista regia” venne dopo con Dorso e con Gramsci e solo nel secondo dopoguerra, per la prima volta nella storia d’Italia, si avviarono politiche attive per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il ventennio 1953-73, che coincide con la fase dell’industrializzazione meridionale, invertì la tendenza portando il PIL pro-capite nel Sud al 60% di quello del Centro Nord. Nel quarto di secolo in cui si sviluppò l’intervento della Cassa per il Mezzogiorno non solo si ebbe la modernizzazione delle regioni meridionali ma anche, e soprattutto, il potenziamento dell’economia del Nord. Gli effetti moltiplicativi della spesa pubblica addizionale si manifestarono, infatti, soprattutto nel Centro-Nord dove si concentrava l’apparato produttivo capace di soddisfare la domanda di beni e di servizi richiesta dall’intervento straordinario. Le principali beneficiarie delle commesse e degli appalti pubblici furono le industrie settentrionali; il miracolo economico italiano è esso stesso frutto della politica meridionalista avviata nel dopoguerra. Così, alla fine degli anni ’70 il reddito medio degli Italiani era analogo a quello degli Inglesi e solo del 10% inferiore a quello dei Tedeschi o dei Francesi.

Nella drammatica congiuntura attraversata dall’economia meridionale, si apre ora una nuova straordinaria occasione per far crescere nuovamente insieme il Sud e il Nord Italia. Il Mezzogiorno ha fame di scuole e di ospedali, di buona mobilità e di governo del territorio. Non si può pensare di avviare a soluzione l’enorme mole dei problemi meridionali sulla base del corretto funzionamento delle amministrazioni ordinarie. Né si può affidare il compito di far convergere le due parti d’Italia allo sviluppo spontaneo dell'agricoltura e del turismo nel Mezzogiorno. Serve una nuova stagione di straordinari e pianificati investimenti pubblici. A beneficiarne saranno anche le imprese più dinamiche del Centro-Nord e l’economia della parte più forte del Paese.

Le risorse non potranno mancare se si sarà capaci di far capire agli Italiani che vivono a Nord che non è gioco soltanto la sopravvivenza del Sud ma quella dell’Italia tutta, perché, come aveva profetizzato Mazzini, l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà.

(da Azione Metropolitana nov-dic '17)

Ultimo aggiornamento Giovedì 01 Febbraio 2018 11:26  

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