Gli USA sono terra di viaggio. Ai tempi della frontiera - young boy go west - carovane di Conestoga rollavano lente tra l’alta erba della prateria stringendosi in circolo come serpenti a sonagli contro bloody indian galoppanti su pony pezzati, decimati dal tuono dei Winchester ‘73 e dall'urlo delle Gatling di blue jacket dai lunghi capelli biondi occhi azzurri e pizzetto, ingabbiati dalle rotaie del serpente di ferro attraverso il sentiero del bisonte e dal filo spinato dei rancher, sterminati dal vaiolo di coperte infette da falsi venditori di acqua-che-brucia e travolti dall’avidità di forty-niners in gara verso l’oro delle Black Mountains e della California. Negli anni 30 del 900 Ford modello T stracariche di masserizie abbandonavano praterie ridotte a turbini di polvere dalla monocultura e dallo sfruttamento agricolo tentando ancora la California e farmer ridotti alla fame saltavano su vagoni di lenti convogli merci per fraternizzare al ritmo delle rotaie e al suono lamentoso della locomotiva con bluesman di colore, fertilizzando ballate irlandesi con sound dalla remota origine africana nel crogiuolo del comune dolore, levatrici del rock, profeti della cultura hobo celebrata dalla beat generation di Kerouac, precursori per necessità del vagabondare hippy in furgoni Wolkswagen e in autostop alla ricerca del prossimo concerto, della scuola dello stregone nei deserti messicani e delle porte della percezione in fondo alla via dell’India. Viaggi reali e viaggi della mente dunque, inestricabilmente connessi.






