LO SBAVAGLIO

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Pina Piccolo

Quando un uomo non se ne va docile ….

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per Shaka Sankofa[1], “giustiziato” in Texas la notte del 22 giugno 2000

Quando un uomo rifiuta di andarsene docile

In “quella buona notte”

A cosa paragonare

I primi passi

Liberi dal corpo?

 


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Usa e getta

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(per i lavoratori migranti dell’Akron)

 

Il nastro scorreva così si evitava

di dover muovere i piedi

Si andava veloci

e  arrivavano

montagne e montagne

di cose che non andavano

né sotterrate né bruciate

ma che sarebbero state

riciclate e riusate

(almeno così si diceva)

Il nastro scorreva e portava

portava la carta, portava la plastica,

le bottiglie d’acqua schiacciate

il contenitore di alluminio

con i resti del sughetto dell’Ipercoop

il vetro del chinotto

che sancisce il tuo stare fuori dal coro

e ancora carta e carta

ma sotto

guarda, una forma strana

morbida e puzzolente

che si sente anche con la mascherina

da due soldi

usa e getta 

che ti danno ogni mattina

la tocchi con la mano inguantata

un usa e getta che dura due settimane

che non protegge granché

ti ritrovi il corpo coperto da macchioline

un altro si è beccato l’epatite

Ma guarda bisogna essere proprio scemi

per buttare scarpe vecchie

nella campana del vetro

una vecchia  scarpa di pelle

con qualcosa andata a male dentro

Schifato la sollevi tenendola con un pezzo di carta

per decidere da che parte smistarla

forse è organico

buttala tra le altre schifezze

la cacca non proprio pulita

che sfugge sempre all’occhio dell’ispettore

Due settimane fa

c’era anche un gatto morto

ma qualcosa dentro il tuo corpo

la riconosce come parente

e  mandi fuori un grido

Un piede mozzato!!!

Un piede di uno che un tempo camminava

calpestava la strada, pestava la polvere

chissà quanta strada ha fatto

forse quanta ne hai fatta tu stesso

per le piste del deserto dopo che il Land Rover

con quarantadue aggrappati sopra

ti ha scaricato senza tanti complimenti

e senza il conforto dell’acqua

e credevi di morire

come un’anima abbandonata

E pensare che sotto una mangrovia

al tuo paese un po’ d’ombra sempre la trovavi

E poi di acqua salata ne hai vista tanta

e per giorni e giorni

distese marine

 che ti chiamavano l’acqua nello stomaco

e pensare che in lingua ewe

Togo, il nome del tuo paese significa

‘andare all’acqua”

e tu invece ne  andavi a un’altra

a inseguire un sogno

trasformato nella catena del nastro.

E ora ti ritrovi schiavo

anche se da centocinquant’anni

dicono che l’hanno abolita

la schiavitù

venduto da un fratello che

ti minaccia di vudù

se parli ai giornalisti

se parli al sindacato

se dici che nella busta paga

ti arriva metà di quel che hai lavorato

Se dici che nella civilissima Imola

non ha né malattia, né ferie né tredicesima

che se ti vabene ricevi qualcosa in una busta

in piazza o al bar

Che devi firmare fogli in bianco

e ti portano via il foglio delle ore

Dimmi tu. Oh  piede che vieni da lontano,

se questa è vita

dimmi tu se tutto questo è degno di

un essere umano.

 

agosto 2010


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Le loro grida mi abitano le orecchie

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Domani ricorre l'anniversario dei tragici bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki.

 

“Le loro grida mi abitano le orecchie

A tuttoggi, sessant’anni dopo”, disse

“A quel tempo ero quel giovane, sciocco soldato

Che, l’8 agosto 1945, 

Due giorni dopo che hanno sganciato la bomba atomica

Si era affannato a sollevare

L’ombra della bambina fusa

Stampata

Sul marciapiedi.”

 

Umile, continuò a raccontare

Perché per tutto il mondo

La gente smettesse di coprirsi le orecchie

Per non sentire le grida

Delle due sorelle irachene

- Quindici e sedici anni -

(Ignoti i nomi,

Di nessun rilievo per la stampa)

Massacrate

Dai soldati

Che avevano visto

Un ramo spostarsi

Nel bosco

Mentre le due sorelle

Raccoglievano legna

Per accendere il camino

Nel dicembre più freddo

Degli ultimi cinquanta anni.

 

Il vecchio gentil uomo giapponese già da un pezzo

Non più giovane sciocco soldato proclamò

“Le loro grida mi abitano le orecchie

E le sento

Ancora più forti del rock

 A massimo volume

 “We are the champions”

 (signori dello spazio, prossimamente

Dell’universo)

Emesso da un carrarmato

Corrazzato d’uranio impoverito

Che cieco strombazza

Per le vie di Falluja.

 

Le loro grida mi abitano i timpani

Mai che se ne vadano a letto

Mai che mi si accoccolino comode

Nell’incurvatura dell’orecchio

In un mormorio rassegnato

No, scorticate, come il primo giorno

Urlano

Per farsi sentire

Incollerite, mal disposte al perdono,

Stupefatte, inorridite.


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Canto del caos

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Italo-americana, attualmente residente in Italia, Pina Piccolo ha trascorso più di 30 anni negli Stati Uniti dove ha insegnato lingua e letteratuta italiana in varie università della California, tra le quali Berkeley, Santa Cruz e Saint Mary's College. Ha pubblicato saggi sul teatro di Dario Fo e Franca Rame e sui racconti di Gianni Celati. Ha anche curato traduzioni in inglese di opere di Dario Fo e del poeta Giuseppe Goffredo. E' impegnata da molti anni in organizzazioni che si battono per i diritti umani e contro la guerra (NdR).

Canto del caos

Nel duecento dopo Darwin

quando gli angeli del caos

inseminati nello sfacelo del soldo

s’alleano con gli atomi di carbonio ribelli

e il DNA antico in preda alla follia

piomba nel tranello dei finti estrogeni


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Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Febbraio 2010 19:12 Leggi tutto...
 

Mediterraneo 2009: secondo capo d’accusa

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Eterno onore al comandante Natale De Grazia e a chi la bussola non l’ha persa

 

Nel vaso di Lombroso

Naviga il cervello

E stravaccati

Con piglio da gradasso

Se la ridono i compari

 Goniometro e compasso

 

Malanovamihanno

A varca

i velenu  a mbriacaru

(Che abbiano una cattiva nuova

La barca di veleni l’hanno ubriacata)

 


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Ultimo aggiornamento Venerdì 05 Marzo 2010 09:51 Leggi tutto...
 
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